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Edison Efficienza Energetica

Alleanze pubblico-privato: un nuovo dialogo fra imprese per l’economia circolare

22 Febbraio 2019

L’economia circolare richiede un nuovo sistema di relazioni per cambiare davvero passo

Un’economia organizzata in modo da potersi rigenerare da sola: l’economia circolare è una teoria elaborata in letteratura accademica dalla fine degli anni Settanta e affermatasi anche sul piano pratico negli ultimi anni. Si tratta di un tema intuitivamente molto semplice: diminuire (idealmente, azzerare) l’utilizzo di materie prime vergini attraverso il recupero di materiali giàutilizzati in altri processi produttivi – oppure, che è un modo diverso di vedere la stessa cosa: far uscire dai cicli produttivi solo cose che possano essere utilizzate da altri cicli. L’idea che occorra chiudere i cerchi non ha bisogno di molte spiegazioni, ma in realtà la sua applicazione in ambito industriale è complessa. Occorre infatti ragionare su come i prodotti vengono pensati, progettati, costruiti e usati. La disegniamo come un cerchio ma è in realtà più come una rete ferroviaria, con tante filiere che si intersecano, si toccano, si diramano.

Economia circolare: l’economia che si rigenera

Oggi l’economia circolare viene applicata prevalentemente a livello di singoli progetti, ma la vera sfida è salire a quello del sistema nel suo complesso.

Non si tratta più, cioè, di testare soluzioni innovative in un ambiente isolato, bensì di farle scalare e integrare tra loro le filiere, verticalmente e orizzontalmente. Questo però significa intrecciare i piani delle imprese, che rivestono evidentemente un ruolo centrale, con le politiche pubbliche. Se guardiamo il panorama internazionale, l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile ha definito ilsettore privato come un attore chiave per perseguire i 17 SDGs (Sustainable Development Goals), con una forte indicazione sul più ampio coinvolgimento del modello di partnership fra società civile e settore privato. Le imprese, seguendo questa direttrice, devono essere incentivate a scambiarsi materie prime di fine ciclo produttivo, nella stessa industria o tra diverse attività produttive. È il caso della lolla di riso, scarto nella produzione, che viene oggi in molti contesti utilizzato per plastiche totalmente bio-compostabili, o degli scarti derivanti da processi alimentari,
generalmente considerati rifiuto, che hanno permesso di realizzare un box di cartone che contiene una bottiglia in vendita. Una bella operazione perché il consumatore è stato avvicinato alle tematiche dell’economia circolare e della sostenibilità

Economia circolare per raggiungere la sostenibilità

È necessario quindi coinvolgere le imprese partendo dai processi industriali, dai piani strategici di investimento, dai piani commerciali, rendendo fattibile il cambio di passo verso il modello di economia circolare.

Questa è una teoria cara a Eleonora Rizzuto, fondatrice di AIESEC (Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare). Per lei l’economia circolare è un
concetto dirompente, qualcosa che deve essere applicato in maniera convinta e coerente, con esiti pratici e sistemici. Solo quando la progettazione dei prodotti terrà conto di tutti gli esiti dell’attività produttiva, ci sarà un cambio di passo del modello economico. Solo allora, si potrà davvero parlare di economia circolare. A patto che si avverino due condizioni, come racconta a Primo Piano. «La prima – dice Eleonora Rizzuto – è che deve essere adottato un approccio sistemico. Per fare
un esempio, il fatto che una singola impresa prenda uno scarto organico e ci faccia packaging della plastica va bene, ma di certo non impatta davvero sul problema. Quindi, perché questo si realizzi, bisogna ampliare lo sguardo e coinvolgere tutti gli attori che possono fare qualcosa: le imprese, gli enti locali, i lavoratori, i professionisti, le associazioni non profit, i consumatori».

La seconda condizione per arrivare davvero a un sistema di economia circolare è l’innovazione. «I progetti realizzati fino a ora – spiega Eleonora Rizzuto – sono quasi tutti legati a una start-up. Non è casuale, perché spesso dall’esterno si vedono opportunità che nelle grandi aziende non si
riescono a cogliere, perché troppo abituati alla ripetizione di soluzioni già testate. In questo senso, le start-up sono il futuro; sono in grado di vedere il mondo con occhi nuovi ed esprimono una grande creatività. Poi, invece, la grande impresa può mettere in campo risorse (economiche e cognitive soprattutto) e quindi realizzare l’innovazione su vasta scala. Per questo è importante il dialogo e il confronto tra questi due mondi».

Alleanze, condivisione e un linguaggio comune fra pubblico e privato, che sia il risultato di un rapporto costante e costruttivo, quasi fondativo. Le politiche industriali e pubbliche devono essere sollecitate in questo senso. Gli ostacoli maggiori che intralciano la corsa verso l’economia circolare sono sia di carattere
culturale, tecnologico, sia giuridico e fiscale. Il successo del modello sarà evidente quando si potrà assistere a un vero dialogo tra industrie, quindi la possibilità di avere un forte scambio quotidiano: uno scarto di un’industria che diventa materia prima per l’altra.

Articolo a cura di Avanzi. Sostenibilità per Azioni



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