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Edison Efficienza Energetica

L’industria e l’autoconsumo: cosa resta da fare

27 Gennaio 2021

 

Si è spesso scritto che – almeno in ambito energetico – il 2020 sarà ricordato come l’anno dell’esordio delle Energy Community: è infatti noto che a settembre 2020 è stato definito sia il quadro normativo (DM 16 settembre 2020) sia il framework regolatorio (Delibera ARERA 318/20) per l’avvio della sperimentazione sulle forme di autoconsumo diffuso – a dicembre è arrivato anche il set di regole operative del GSE, aprendo di fatto le porte alla presentazione dei primi progetti.

I nuovi modelli consentiranno di poter effettuare forme di auto-consumo multi-cliente qualora siano presenti – in varie forme e modalità – impianti rinnovabili di potenza fino a 200 kW (con possibilità di prevedere anche più di un impianto) e una serie di consumatori “eleggibili”: tra questi rientrano la PA, persone fisiche e Piccole Medie Imprese – resta invece escluso il mondo industriale, per lo meno quello con dimensione più rilevante.

La mancata inclusione del settore industriale non dipende da una scelta restrittiva del Legislatore Nazionale: infatti anche la direttiva RED 2 – a cui si ispira la nostra sperimentazione e a cui faranno riferimento anche i modelli definitivi, una volta recepita la direttiva – non ha previsto i clienti industriali tra i soggetti che possono far parte delle Comunità Energetiche Rinnovabili.

Allo stesso modo, nemmeno la Direttiva IEM (nota anche come Direttiva Mercato Elettrico) – chiamata a definire modelli di autoconsumo diffuso che non prevedano necessariamente l’uso delle rinnovabili, le cosiddette Comunità Energetiche dei Cittadini – prevede tra i soggetti “eligible” la grande industria, lasciando invece maglie più larghe su una serie di altri criteri di configurazioni delle Comunità.

È dunque plausibile che l’ondata innovatrice che investirà il mondo dell’autoconsumo a seguito dell’introduzione delle varie forme di Comunità Energetiche non coinvolga direttamente il mondo dell’industria. Tuttavia, il riordino dei vari modelli di autoconsumo che seguirà necessariamente l’introduzione delle Communities potrà essere l’occasione per recuperare un dossier – ormai coperto di polvere nelle scrivanie ministeriali – che riguarda sia l’autoconsumo diffuso sia il mondo industriale.

Stiamo parlando dei Sistemi di Distribuzione Chiusa (SDC), una sorta di antesignano dell’autoconsumo collettivo introdotto a livello comunitario già nel 2009 ma mai pienamente recepito dalla normativa nazionale. I SDC sono configurazioni di autoconsumo fisico che prevedono la presenza di più clienti: sono possibili quando realizzate all’interno di un sito limitato (siti industriali, commerciali o di servizi comuni come stazioni ferroviarie, aeroporti, ospedali, centri commerciali, campeggi) e nel caso in cui non riforniscano i clienti civili (se non i soli nuclei familiari assunti dal proprietario).

Un modello quindi del tutto complementare rispetto alle Energy Community, sia in termini di tipologia di modello (configurazioni fisiche, con una forte enfasi sulla gestione della distribuzione da parte dei gestori delle reti) sia di clienti a cui è rivolto (il mondo industriale, in primis).

Solo un pieno inserimento dei SDC all’interno del quadro regolatorio sembra infatti poter garantire uno spazio nell’ambito dell’autoconsumo diffuso anche per i clienti industriali, con condizioni (inclusa una eventuale incentivazione degli impianti che ne fanno parte) che auspicalmente creeranno un sistema armonico con il mondo delle Energy Community.

 

Energy Community industria

 

Gli operatori industriali

Per gli operatori industriali restano naturalmente intatte tutte le possibilità che la regolazione offre invece in materia di autoconsumo individuale – in tal caso si ragiona quindi di impianti connessi ad una singola utenza (un singolo consumatore) e non a una pluralità di clienti, come invece accadrebbe con i SDC (e accade già, seppur al di fuori del mondo industriale, con le Energy Community).

Stiamo parlando di configurazioni fisiche (che prevedono dunque la realizzazione di un collegamento privato) oggi riconducibili alle varie sigle più o meno note del mondo autoconsumo (SEU, ASAP, ASE – in generale i cosiddetti SSPC, che – stando ai propositi dell’Autorità – potrebbero essere razionalizzati in un’unica sigla onnicomprensiva): tali modelli prima dell’introduzione delle Energy Community rappresentavano l’unico modo di fare autoconsumo, ma ancora oggi, dopo l’innovazione normativa di cui si è detto, rimangono completamente accessibili a clienti domestici, terziario e industria.

Tali modelli come noto non godono di un incentivo esplicito sotto forma di tariffa premio concessa alle quantità autoconsumate (al contrario delle Energy Community) ma, consentendo di ridurre i prelievi dalla rete, permettono agli autoconsumatori di risparmiare sulle parti variabili della bolletta.

Si tratta di un modello che in termini generali consente ancora buona redditività (tant’è che il livello di installazioni è stabilmente ancorato a circa 400 MW/anno da diversi anni a questa parte), ma che ha perso una parte di appeal proprio nei confronti del settore industriale.

Infatti, un cospicuo numero di aziende (aumentato peraltro dopo la revisione della disciplina di 2 anni fa) accede alle agevolazioni concesse agli energivori: si tratta di sconti sugli oneri generali di sistema che consentono di ridurre fortemente il valore delle componenti variabili della bolletta.

Una misura ritenuta di grande importanza strategica per il settore industriale (essendo volta a ridurre il gap di competitività con i concorrenti esteri) ma che lascia sul campo una forte contrazione delle soluzioni di autoconsumo per il settore industriale: la riduzione ex lege della bolletta dei potenziali clienti riduce infatti fortemente il loro interesse a qualsiasi altra soluzione che consenta l’alleggerimento delle utenze, inclusi gli impianti per l’autoconsumo.

In generale, non mancano dunque gli spazi da riempire, se si parla di autoconsumo e soggetti industriali: spazi che possono essere allargati anche grazie al ruolo delle ESCO, che proprio in contesti con maggior complessità possono sviluppare al meglio le proprio competenze commerciali (creazione del lead), ingegneristiche (identificazione della soluzione tecnica più adeguata) e manageriali (coordinamento e gestione dei vari attori che fanno parte del modello).

Abilitare l’industria all’autoconsumo, trovando il modo di allinearla agli altri segmenti del mercato sia sul fronte collettivo che su quello individuale, pare un gioco a somma positiva, consentendo di allargare il perimetro del mercato in un settore che ha nel suo DNA l’ottimizzazione e la ricerca di soluzioni innovative, grazie appunto anche alle ESCO: lasciarlo fuori dal percorso sarebbe un delitto.

 

Articolo a cura di Elemens per Edison Servizi Energetici e Ambientali.