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Edison Efficienza Energetica

Energy Sharing e Comunità energetiche per accelerare la transizione

17 Febbraio 2020

 

La condivisione dell’energia. Una bella rivoluzione che parla di territorio. Due direttive Ue definiscono un soggetto che trasferirà al territorio la capacità di creare e consumare energia.

Ci ha pensato Bruxelles a creare mezzi potenti per la transizione energetica con la definizione di un soggetto giuridico con caratteristiche ben precise: le comunità energetiche, vale a dire gruppi di cittadini, condomini dello stesso palazzo, commercianti o piccoli imprenditori dello stesso distretto che potranno condividere un investimento in un impianto fotovoltaico o eolico e dividere tra loro l’energia così prodotta. Energia che potrà essere “autoconsumata”, ma anche immessa nella rete o immagazzinata negli accumuli per essere utilizzata successivamente.

 

Il quadro normativo dell’energy sharing

 

La definizione di comunità energetiche è riportata in due direttive promosse a fine 2018 e inizio 2019 dalla Commissione europea all’interno del Clean Energy Package, pacchetto energia che da un lato fissa degli indirizzi e dei vincoli in termini di energia rinnovabile da raggiungere entro il 2030 per ciascuno stato, dall’altro introduce due nuove figure: le comunità energetiche e gli autoconsumatori collettivi.

 

La prima direttiva UE 2018/2001 è quella che ci parla di comunità di energia rinnovabile. Per essere tali si intende un soggetto giuridico che, conformemente al diritto nazionale applicabile, si basa sulla partecipazione aperta e volontaria, è autonomo ed è effettivamente controllato da azionisti o membri che sono situati nelle vicinanze degli impianti di produzione di energia. Chi può essere azionista? Persone fisiche, PMI o autorità locali, comprese le amministrazioni comunali. L’obiettivo principale è quello di fornire benefici ambientali, economici o sociali a livello di comunità ai membri e alle aree locali in cui opera, piuttosto che profitti finanziari. Parallelamente, la Direttiva UE 2019/944 ha definito la comunità energetica dei cittadini come un soggetto giuridico fondato sulla partecipazione volontaria e aperta ed effettivamente controllato da membri o soci che sono persone fisiche, autorità locali, comprese le amministrazioni comunali, o piccole imprese; lo scopo principale è quello di offrire ai suoi membri o soci o al territorio in cui opera benefici ambientali, economici o sociali a livello di comunità, anziché generare profitti finanziari. Infine la comunità può partecipare alla generazione, anche da fonti rinnovabili, alla distribuzione, alla fornitura, al consumo, all’aggregazione, allo stoccaggio dell’energia, ai servizi di efficienza energetica, o a servizi di ricarica per veicoli elettrici o fornire altri servizi energetici ai suoi membri o soci.

 

Le due Direttive europee disegnano quindi comunità energetiche che nel primo caso prevedono la produzione di solo energia rinnovabile e solo in prossimità del soggetto giuridico costituito, laddove la parola ‘prossimità’ lascia una interpretazione ampia, con anche la possibilità di partecipazione per le Piccole e Medie imprese. Le altre accettano anche altre fonti, e non necessariamente in prossimità, e permettono la partecipazione delle sole piccole imprese.

 

comunità energetiche rinnovabili

 

Aspettando la community energy

 

In questo diverso quadro descrittivo ora si attende, entro giugno 2021, il recepimento da parte del Parlamento, anche perché l’impatto che si aspetta da questa piccola grande rivoluzione è molto significativo. Le simulazioni del Politecnico di Milano, realizzate negli anni scorsi, stimano un mercato potenziale di quasi 500 mila comunità energetiche distribuite sul territorio nazionale, di cui l’80% in ambito residenziale.

 

Oggi tanti parlano di comunità energetiche, ma alla prova dei fatti non esistono ancora in Italia esperienze di attuazione delle direttive. Alcuni soggetti hanno iniziato a sperimentare in maniera autonoma: è il caso dei progetti pilota in Emilia Romagna o delle leggi regionali in Piemonte. Casi studio che si preannunciano interessanti ma che senza le regole attuative difficilmente potranno realizzarsi, nonostante una serie di emendamenti che potrebbero anticipare i tempi di attuazioni e permettere di sperimentare se tutto questo funziona. È il caso dell’emendamento al Milleproroghe, attualmente in esame alla Camera, che recepisce la direttiva europea dedicata alla promozione delle fonti rinnovabili e che permetterà di fare sperimentazioni su impianti non superiori ai 200 kilowatt di potenza e con un limite temporale.

 

Tra i punti dell’emendamento, la possibilità ad esempio, per i progetti sperimentali, di «attivare l’autoconsumo collettivo da fonti rinnovabili, ovvero realizzare comunità energetiche rinnovabili». I clienti finali di uno stesso condominio o di «comunità energetiche», attraverso un contratto, potranno associarsi per diventare autoconsumatori di energia rinnovabile prodotta dai loro impianti, e distribuita attraverso la rete di distribuzione esistente, e condividere l’energia prodotta per l’autoconsumo istantaneo, che potrà avvenire anche attraverso sistemi di accumulo a predeterminati criteri.

 

Articolo a cura di Avanzi. Sostenibilità per Azioni

 


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