youtube instagram envelop mail4 google-plus google facebook twitter linkedin printer

Edison Efficienza Energetica

Investire nel welfare: la collaborazione tra pubblico e privato

Un investimento, non un costo. La sfida contemporanea del welfare, a dieci anni dalla crisi internazionale, riguarda il come se ne esce e con che cosa; la parola chiave sembra essere innovazione.

Una sfida che va a incidere direttamente su uno degli effetti più devastanti per il welfare, e cioè una politica che da tempo si è concentrata su continue contrazioni degli investimenti.

«Una delle linee più interessanti – spiega il professor Costanzo Ranci professore di Sociologia economica al Politecnico di Milano e coordinatore del Laboratorio di Politica Sociale (LPS) – è quella dell’investimento sociale, cioè di politiche sociali che possano interpretare l’investimento in servizi non solo e unicamente come se fossero un costo per sostenere gli ‘scarti’ della società, ma politiche utili, perché capaci di produrre risorse da includere in modelli di sviluppo sostenibile. Stiamo parlando, quindi, di politiche che portano a pensare che le spese sociali sono un investimento e non un costo».

Stati indeboliti, bisogni dei cittadini aumentati. In un quadro di complessivo invecchiamento, con una tendenza ormai consolidata di continua diminuzione di fasce di popolazione in età lavorativa, la pressione migratoria da un lato e la rivoluzione tecnologica dall’altro provocano vere e proprie mutazioni delle catene di valore su scala globale, con conseguenti ripercussioni su quelli che sono i bisogni sociali.

Se guardiamo ai bisogni abitativi, mettere a disposizione un tetto sopra la testa non basta più; è necessario confrontarsi con i bisogni di un pubblico ampio e diversificato. Un esempio è il social housing, una soluzione innovativa sul tema dell’abitare che si basa su modelli di collaborazione tra abitanti, sostegno della fragilità sociale, offerta di nuovi servizi per la comunità. Il funzionamento è semplice: gli attivatori sono sempre più spesso attori privati che affiancano i modelli tradizionali messi in campo dall’attore pubblico. L’obiettivo principale è fornire alloggi con buoni o ottimi standard di qualità, a canone calmierato, e con la finalità di far nascere e crescere comunità e sviluppare l’integrazione, come ad esempio l’utilizzo di spazi e servizi comuni tra gli abitanti.

Ma torniamo alle diverse azioni del welfare di oggi. C’è una domanda ineludibile: quali possono essere delle linee di azione concrete, ma soprattutto uno scenario che riguarda le imprese? Può il settore privato avere una voce se non determinante, sicuramente importante in questo panorama?

«L’investimento sociale – afferma Costanzo Ranci – è una strategia che richiede un fortissimo coinvolgimento del pubblico. Non esiste investimento sociale senza intervento pubblico, perché è dimostrato che gli attori privati non hanno sufficienti risorse per produrre la mole di investimento necessaria per questo tipo di policy. Innanzitutto, l’investimento sociale interpella un utilizzo più efficace e più efficiente destinato al welfare. Che non deve essere un welfare riparativo, ma preventivo. Senza dimenticare che il welfare è una forma di prevenzione dei più deboli. Non dobbiamo mai rinunciare alla difesa dei più deboli». Ecco perché, allora la domanda riguarda l’innovazione. In un basilare concetto dell’economia politica quando le risorse sono scarse c’è un ordine dettato dalle scelte che si impongono e una su queste riguarda i più deboli fra i deboli, cioè l’infanzia e il mondo della conoscenza, che è propedeutico, sempre meno, a quello del lavoro. «Le politiche di investimento sociale più importanti – continua Costanzo Ranci – sono soprattutto finalizzate a investire in capitale umano: la scuola, la qualità dei servizi educativi, le politiche per la sicurezza sull’infanzia, per le donne e per i bambini che nascano in contesti diseguali. Le politiche che cerchino di facilitare l’inserimento delle persone nel mondo del lavoro. Queste sono politiche che potremmo definire di frontiera. E sono pubbliche».

Collaborazione tra pubblico e privato

Un primo caso che possiamo citare a livello esemplificativo risale al 2004 come atto fondativo. Si chiama Prendi in casa uno studente è stato promosso a Milano e unisce ancora oggi due esigenze diverse, ma compatibili.

In una metropoli con 180.000 iscritti ai principali atenei milanesi, di cui il 72% non residente in città, ci sono 320.000 over 65 residenti e in buona salute che vivono in una casa troppo ampia per le proprie esigenze. Si avvicinano due generazioni, la coabitazione non prevede un vero affitto, ma una partecipazione alle spese di casa con un rimborso di 250-280 euro mensili. Questo circolo virtuoso contribuisce a diminuire la solitudine del pensionato, grazie ai nuovi stimoli, e garantisce allo studente un ambiente familiare e tranquillo in cui poter studiare, a un costo contenuto.
Restiamo ancora a Milano, dove il progetto WeMi promuove una modalità semplice e veloce per l’accesso al sistema dei servizi domiciliari del comune: educatori per aiutare i ragazzi e le ragazze nella loro crescita e supportare i genitori, assistenti familiari certificati per la cura di chi non è autosufficiente, baby sitter, servizi per la cura e la manutenzione della casa. Il portale mette a disposizione di tutti i milanesi, singoli, famiglie, aziende, un punto unico di accesso.

Sul fronte delle imprese, invece, assistiamo a un vero e proprio boom del welfare occupazionale, che i ricercatori hanno però definito come un Giano bifronte. Guardiamo prima, per fare un esempio concreto, i dati di un rapporto del 2019 sul welfare nelle PMI. “Negli ultimi 3 anni – recita il rapporto https://www.welfareindexpmi.it/pdf/Rapporto-Welfare-Index-PMI-2019.pdf – le imprese hanno incrementato tanto l’ampiezza quanto l’intensità delle iniziative di welfare adottate rispetto alle 12 aree identificate dalla ricerca. Le imprese attive, cioè con iniziative in almeno 4 aree, nel 2016 erano il 25%; in soli tre anni sono quasi raddoppiate, raggiungendo il 46%. Ancor più significativa è la crescita delle imprese “molto attive”, cioè con iniziative in almeno 6 aree: queste sono infatti quasi triplicate, passando dal 7% nel 2016 al 20% nel 2019”.

Di seguito, il report evidenzia come le imprese di grandi dimensioni siano “avvantaggiate” in materia di welfare: per oltre il 70%, infatti, le realtà con più di 250 addetti sono tra quelle definite come “molto attive” in questo campo.

Allo stesso tempo, nelle aziende di piccola e media dimensione (fino a 250 dipendenti) la crescita del fenomeno è stata particolarmente veloce, e in questi tre anni la quota delle “molto attive” è più che raddoppiata.

Ma torniamo a quella definizione di un welfare occupazionale che viene definito bifronte. «Da un lato – conclude Ranci – siamo di fronte a una politica di supplenza, che risponde alle assenze e ai tagli del servizio pubblico. Le imprese puntano molto sul welfare occupazionale, perché incrementa la fidelizzazione del lavoratore e la sua produttività. Dall’altra parte, però, ci si rende conto che spesso un aumento del welfare interno è compensato da trattative di riduzione sui salari. Ecco dove risiede il carattere bifronte di una disciplina in aumento».

Articolo a cura di Avanzi. Sostenibilità per Azioni



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Hai bisogno di aiuto?

Lasciaci il tuo riferimento: un nostro consulente ti contatterà al più presto e ti aiuterà a trovare quello che stai cercando.